Chiediamo intanto cosa ne pensa di questo nuovo corso dei Beni Culturali che hanno perso di fatto l’identità di “Beni” per una molto più dominante designazione di “soggetti d’attività” destinati alla partecipazione economica della comunità nazionale. Scordando in fondo che il maggior risultato di valore è piuttosto quello della “partecipazione culturale”.
La prima vera domanda d’obbligo è invece quella sui delicati equilibri di Galleria Borghese e sul fatto che quell’architettura non potrà mai ospitare grandi numeri di visitatori. È possibile progettare e trovare soluzione ad una crescita dell’accoglienza?
“Vorrei partire, nel rispondere, proprio dall’ultimo quesito, procedendo al contrario rispetto al programma delle questioni poste!”
Nei lavori che voi avete consegnato vi erano spazi destinati ai servizi?
Ricordo, come aneddoto, che il primo museo che venni portato a visitare da parte dei miei genitori sul finire degli anni ’50 fu proprio il Museo – Galleria Borghese. Per uno strano accadimento del destino, sul finire degli anni ’80, venni incaricato dagli allora dirigenti della Soprintendenza ai Beni Artistici e Storici e della Soprintendenza ai Beni Ambientali Architettonici (la prima titolare della tutela delle collezioni artistiche, la seconda della tutela sull’immobile monumentale) di svolgere la funzione di trait d’union tra le due Soprintendenze nel seguire e dirigere i complessi lavori di consolidamento, restauro e rifunzionalizzazione dell’edificio, per altro già iniziati da alcuni anni.
Queste attività si conclusero, dopo un periodo altrettanto lungo, nella primavera/estate del ’97 con l’inaugurazione e la riapertura al pubblico della palazzina (assieme ad altri musei all’interno del cosiddetto Parco dei Musei ovvero la Villa Borghese). L’esito di questi lavori fu una struttura sostanzialmente ed affatto nuova – ma tutta contenuta nella compagine dell’edificio – e che comportò, oltre a nuovi allestimenti interni della parte strettamente museale, l’aggiunta di nuovi livelli: 1) l’interrato, destinato al core della componente impiantistica e collegato ai lati da una parte con la centrale elettrica e dall’altra con la centrale termica e per la climatizzazione, ambedue interrate sotto le terrazze laterali prospicienti i Giardini Segreti; 2) ed il seminterrato, una volta disordinato insieme di vere e proprie cantine e depositi di materiali vari, adesso invece il luogo deputato per i cosiddetti servizi per il pubblico ed il personale (la biglietteria, lo spogliatoio, il bookshop, la ristorazione, lo “info-point digitale”, i servizi didattici, i servizi igienici, nonché gli spazi per il personale di custodia, ecc.); 3) infine il livello per la riorganizzazione e ridistribuzione degli Uffici e del Deposito il quale venne pensato, anche architettonicamente, fin dall’inizio come un’espansione della struttura museale – un museo nel museo – sia pur limitato nell’accessibilità – consentita solo su richiesta e per piccoli gruppi – per le intrinseche limitazioni distributive e funzionali proprie della Palazzina ab origine e difficilmente ovviabili. Quindi la risposta alla specifica domanda è ovviamente affermativa, pur tenendo presente che allora (ma credo anche attualmente) solo l’immobile della Palazzina era nella completa disponibilità operativa delle Amministrazioni statali e non altro.
Ritiene proponibile l’ampliamento per alcune funzioni non attualmente collocate anche con la loro ubicazione in posizione non visibile e per così dire underground? Conosce le proposte dell’Associazione VisioneRoma che vorrebbe riunire la palazzina Pincherle alla Galleria mediante un tunnel sotterraneo? E che ne pensa?
Il sottosuolo di tutta l’area circostante e sottostante la Palazzina Borghese è caratterizzato da un intricato sistema di “scavernamenti” – anche di antica origine – a partire dagli strati immediatamente sottostanti il manto stradale e per una profondità che si aggira sotto i 9/10 metri. Proprio questi scavernamenti o latomie, che dir si voglia – ex cave di tufo e/o pozzolana, veri e propri cunicoli manufatti con diversa funzione anche di epoca pre-romana, ecc. – proprio perché percorsi dalle acque meteoriche e quindi dalle stesse erosi nel tempo, erano stati forse la causa principale delle gravi problematiche statiche dell’edificio, oltre che la sua stessa vetustà che influiva sulle capacità di resistenza statica delle murature in elevazione.
Nel corso dei lavori di consolidamento e restauro si era provveduto da un lato a rinforzare la parte di scavernamenti sottostanti la Palazzina e dall’altro a by-passare la loro quota con un sistema di sottofondazioni a micropali che si attestavano a circa 20 metri di profondità. Detto ciò è probabile, anzi quasi certo, che comunque questo sistema di vuoti sotterranei pervada la zona del piazzale antistante la Palazzina e forse anche la strada di collegamento con l’ingresso dalla parte di Via Pinciana, dove poco oltre è posta la Palazzina Pincherle.
Quindi, fatti comunque salvi gli strati d’interesse archeologico, nulla vieterebbe di scavare e, eseguiti gli opportuni sondaggi preliminari, sfruttare queste caratteristiche del sottosuolo per realizzare nuovi manufatti interrati. Mi ricordo che a suo tempo esisteva anche una mappatura abbastanza dettagliata delle grotte esistenti in corrispondenza del piazzale e che arrivavano fino alla “Grotta dei Vini” e molti di questi all’epoca vennero anche esplorati.
Ma mi domando: perché arrivare con un sistema abbastanza macchinoso ed incerto fino alla palazzina Pincherle, quando sarebbero più a portata di mano una serie di manufatti intermedi che non necessiterebbero di alcun tipo di opera strutturalmente “faticosa” ed incerta per ricollegarli funzionalmente al sistema museale e che comunque costituirebbero anche storicamente “pertinenze” dirette della Palazzina. Mi riferisco ai vari edifici cosiddetti “offizzi” (attualmente “scuola materna”), i fabbricati del Commissariato di Polizia a cavallo, le Palazzine della Meridiana e dell’Uccelliera.
Ricordo a latere in proposito che, all’epoca della vendita del complesso della intera Villa Borghese allo Stato nel 1901 ed alla conseguente cessione di tutta la villa – salvo la Palazzina – al Comune di Roma, questo sarebbe dovuto avvenire grazie ad una sorta di contraccambio da parte del Comune, a cui in realtà, non si diede mai in concreto alcuna attuazione. Sarebbe quindi anche logico, nella prospettiva di un ampliamento degli spazi dedicati alla struttura museale per aumentarne la sua capacità di offerta culturale, a ricostituirne anche l’unitarietà architettonica con i “Giardini Segreti” sia a dx che a sx e con le loro rispettive pertinenze.
Per altri versi non sarebbe neanche difficile pensare ad una ricollocazione delle funzioni ivi contenute: per esempio il Commissariato di P.S. potrebbe trovare più giusta e funzionale collocazione negli edifici di un non ben chiaro Circolo Ippico, attualmente presente illegalmente nel compendio del non lontano “Galoppatoio”: spostamento auspicabilmente foriero anche di un recupero di quella importante area a verde, allo stato attuale lasciata nell’abbandono più assoluto, salvo utilizzazioni improprie e di ritorno non pubblico. Ed altre proposte migliorative si potrebbero fare!
Crede che la Galleria, i suoi spazi e le vie di percorso, sia in grado di ospitare delle mostre e degli eventi che non siano semplicemente legati al miglioramento della sua comprensione?
Non rientra nelle mie competenze il poter giudicare su un tale tema, ma non mi sentirei di poterlo escludere in assoluto. Faccio tuttavia presente che le esperienze sino ad oggi attuate in tal senso dalla struttura museale, non hanno mai riscosso il mio interesse personale; ma questo potrebbe essere imputabile ad una mia personale “ignoranza” (in senso socratico) dell’argomento. Certamente però mi sembra esternamente difficile riuscire ad abbinare ad un compendio così intriso di valori storico-artistici di tanto alto, per non dire sublime, valore – insomma un prezioso scrigno esso stesso, contenitore di veri e propri tesori inestimabili – forme di contrappunto – scritte sulle pagine delle nostre sensibilità estetiche – che non siano, non dico sullo stesso piano, ma che con quello possano giocare almeno sul piano dell’evocazione e/o della citazione esplicita.
Quali sono i motivi che impediscono un accesso sistematico ai depositi?
Ho già riferito al punto 3) del quesito n. 1 che il Deposito venne pensato, anche architettonicamente, fin dall’inizio come un’espansione della struttura museale – un museo nel museo – sia pur limitato nell’accessibilità – consentita solo su richiesta e per piccoli gruppi – per le intrinseche limitazioni distributive e funzionali proprie della Palazzina ab origine e difficilmente ovviabili. Queste limitazioni intrinseche sono costituite dalla limitatezza dei collegamenti verticali interni: una unica scala elicoidale, neanche particolarmente ampia e con un ascensore dei primi del ‘900, rinnovato nei sistemi di propulsione ma estremamente piccolo ed insufficiente se non per un “uso interno” e non di massa e comunque incompatibile per eventuali disabilità. Esistono anche delle scale secondarie ricavate nello spessore delle murature, sempre a chiocciola e quindi non computabili ai fini dei flussi.
Questa problematica tuttavia riguarda il sistema dei flussi tra tutti i livelli della Palazzina nel suo complesso e non in particolare il Deposito. Tant’è che all’epoca dell’inaugurazione, per ragioni connesse essenzialmente con le norme antincendio, ed alla impossibilità di realizzare sistemi di spegnimento incendi veri e propri, ci si dovette assoggettare da un lato ad una limitazione degli accessi e dall’altro ad un meccanismo dei flussi estremamente complicato per non dire “astruso”. Il problema era che su quella scala non dovessero interferire tra di loro i flussi di chi veniva dal seminterrato per andare ai livelli superiori e di chi invece discendeva dai livelli superiori per tornare indietro. E questo valeva – e credo che valga tutt’oggi – per tutti i livelli e non per uno solo in particolare (come il “Deposito”).
L’unica modalità per ovviare a tale grave problematica sarebbe quella di realizzare una scala esterna – magari dotata anche di ascensore a norma e capace – posta più o meno in contiguità del “torrino” opposto a quello che già contiene la scala principale, dalla parte della facciata retrostante, in modo da equilibrare le distanze interne dalle vie di deflusso soprattutto in caso d’emergenza. Do queste indicazioni così dettagliate perché già allora avevamo presente questo problema, e si saggiò anche il tentativo di trovare una soluzione architettonica il più possibile adeguata e meno interferente possibile.
Ma qualsiasi soluzione presa in considerazione – magari ispirandosi ad illustri esempi già realizzati in contesti storici, come nel caso delle torri vetrate del Reyna Sophia a Madrid, o elaborati successivamente, come nel caso del Palazzo della Ragione o “Broletto Nuovo” a Milano di Marco Dezzi Bardeschi – risultavano comunque sempre troppo impattanti tanto rispetto all’edificio che al contesto; per cui non se ne fece nulla, per altro con buona pace delle associazioni di tutela della disabilità che a ragione protestavano per le ovvie limitazioni di cui risultavano vittime gli appartenenti a quelle specifiche categorie di cittadini.
La prima vera domanda d’obbligo è invece quella sui delicati equilibri di Galleria Borghese e sul fatto che quell’architettura non potrà mai ospitare grandi numeri di visitatori. È possibile progettare e trovare soluzione ad una crescita dell’accoglienza?
A questa domanda ho già dato risposta analizzando il quesito n. 2. Il numero dei visitatori potrebbe significativamente aumentare ove si riducessero i tempi di avvicendamento dei turni di prenotazione. E per ottenere ciò sarebbe utile spostare per l’appunto alcune attività, dedicate ai fruitori, quali mostre temporanee, conferenze, attività didattiche, più ampi servizi di ristorazione all’esterno della palazzina negli edifici contigui già esistenti e, se si vuole, coinvolgendo anche la Palazzina Pincherle. Perché no? Tuttavia la problematica della regolazione dei flussi interni alla Palazzina non potrebbe essere significativamente risolta, se non nei limiti di quanto già esposto nella disamina del quesito n. 4.
Chiediamo intanto cosa ne pensa di questo nuovo corso dei Beni Culturali che hanno perso di fatto l’identità di “Beni” per una molto più dominante designazione di “soggetti d’attività” destinati alla partecipazione economica della comunità nazionale. Scordando in fondo che il maggior risultato di valore è piuttosto quello della “partecipazione culturale”.
Ho difficoltà a rispondere al presente quesito per due ordini di ragioni. La prima discende dal lungo tempo ormai intercorso di fatto dal mio abbandono del campo d’interesse. La seconda discende invece dalla mia mancata condivisione degli obiettivi di riforma del settore Musei nell’ambito del MIC.
Sinceramente non ho mai apprezzato il fatto che il conferimento di un’autonomia sempre più ampia ai Musei abbia portato di fatto alla condizione che si mettessero in una competizione di tipo “capitalistico” l’uno con l’altro – ovvero, in parole povere – a chi fa più soldi perché vende meglio o di più. Non ho altrettanto apprezzato che d’altro canto, attraverso proprio questa autonomia venisse azzerato il collegamento tra il museo e il suo contesto territoriale nonché amministrativo-direzionale, ignorando le sinergie che si potrebbero invece realizzare tra tutti i suoi simili (interessante infatti è la proposta, letta recentemente, di mettere a sistema l’insieme dei musei sia pubblici che privati, sia statali che comunali, originati dal collezionismo e/o dal mecenatismo dell’antichità).